Da “grandi dimissioni” a nuove narrazioni: i giovani e la ricerca di senso nel lavoro

Tra precarietà e desiderio di libertà, le nuove generazioni stanno riscrivendo il rapporto tra vita e lavoro. Ma che cosa accade quando la libertà non trova una storia in cui riconoscersi? Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno che ha scosso mercati, istituzioni e linguaggi: le Grandi Dimissioni. Non solo un gesto economico o strategico,...
Da “grandi dimissioni” a nuove narrazioni: i giovani e la ricerca di senso nel lavoro

Tra precarietà e desiderio di libertà, le nuove generazioni stanno riscrivendo il rapporto tra vita e lavoro. Ma che cosa accade quando la libertà non trova una storia in cui riconoscersi?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno che ha scosso mercati, istituzioni e linguaggi: le Grandi Dimissioni.

Non solo un gesto economico o strategico, ma una forma di disobbedienza biografica: un modo per dire “non mi riconosco più”.

Molti giovani, spesso definiti “precari”, hanno scelto di lasciare lavori stabili o apparentemente sicuri, cercando spazi di autenticità.

Ma la libertà, senza narrazioni che la sostengano, rischia di diventare un altro vincolo.
Alla precarietà contrattuale si è aggiunta una precarietà esistenziale: quella di chi, pur potendo essere tutto, fatica a essere qualcosa.

Nel mio articolo per Treccani ho definito questa condizione come totipotenza: la possibilità di assumere ogni forma, ma senza radicarsi in nessuna.

Viviamo in una cultura che celebra la scelta, la flessibilità, l’adattamento.
Eppure, proprio questa retorica della libertà illimitata può generare disorientamento, solitudine e senso di inadeguatezza.

Non basta “potere tutto” se non si sente di appartenere a nulla.

La libertà non è assenza di legami, ma la possibilità di scegliere da quali legami lasciarsi trasformare.

Perché la libertà, per diventare reale, ha bisogno di un contesto, di un legame, di una storia che la renda abitabile.

Nel mio lavoro clinico e di ricerca osservo spesso come le biografie si formino proprio lì — nel punto d’incontro tra vincolo e possibilità, tra limite e libertà.

Quando la comunità smette di essere un luogo di riconoscimento e diventa solo uno sfondo, il lavoro — come la vita — si svuota di senso.

Per questo oggi, più che “trovare un lavoro”, è urgente ritrovare le trame che danno forma al nostro essere cittadini, professionisti, persone in relazione.Raccontare il lavoro diventa così un atto politico e terapeutico insieme: un modo per restituire voce e significato alle esperienze, per rimettere in circolo senso, appartenenza, salute collettiva.

E forse, proprio da queste storie potremmo ripartire — per cucire un nuovo legame tra libertà e radici.

👉 Puoi approfondire qui:
Da le grandi dimissioni al mito della libertà – Treccani


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